Esito del convegno nazionale dei professionisti autonomi (31 marzo 2008, Milano)

Sul sito di ACTA è scaricabile il comunicato stampa diramato subito dopo il convegno.
In realtà le registrazioni sono state un po’ più di quanto scritto nel comunicato (per la precisione 118 e non 100, oltre a qualcuno che probabilmente non si è registrato.

La notizia principale è che i vari partiti convenuti riconoscono le nostre ragioni e si impegnano ad accettare ACTA e le rappresentanze collegate come parti sociali ai tavoli di concertazione.

L’incontro è stato anche un’occasione per instaurare nuovi rapporti con altre associazioni, utili per accrescere l’impatto delle nostre azioni. Era presente anche ASSOInterpreti nella persona di Gloria Mina, oltre a singoli traduttori. È sempre più chiara l’importanza e l’urgenza di diventare più numerosi per poter far pressione sui media e sui politici e per questo ACTA rinnova l’invito a collaborare.

Navigando sul sito www.actainrete.it potrete trovare alcune novità: un manuale per chi deve ancora decidere se aprire una partita iva, le novità sulla maternità, un servizio di glamour sulle partite IVA di seconda generazione in cui l’associazione viene citata ampiamente….

Cordiali saluti,

Samanta Boni (traduttrice freelance EN/DE>IT e socia ACTA)



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3 commenti su “Esito del convegno nazionale dei professionisti autonomi (31 marzo 2008, Milano)”

  1. Sono veramente contenta dell’ampia partecipazione. Scettica invece rispetto alle _promesse_ dei politici, tutti, nessuno escluso.
    Ho finalmente iniziato a leggere, con molto piacere e interesse, Sergio Bologna, Ceti medi senza futuro?, deriveapprodi, 2007. Per chi ne avesse voglia e tempo è una lettura consigliabile e in tema.
    Un primo spunto di riflessione: l’Italia è il paese delle caste (mica ci sono solo i politici) e la sua mobilità sociale è praticamente nulla. Il figlio dell’avvocato fa l’avvocato, la figlia della giornalista fa la giornalista o l’avvocata, il figlio del politico fa il politico. Il figlio dell’operaio fa l’operaio o il precario. Le eccezioni non cambiano il quadro generale.
    Le persone che hanno aperto la partita IVA e vendono i propri servizi alle imprese e non, mettiamoci anche noi come traduttrici dentro, di chi sono figli e figlie?
    Faccio il mio esempio: figlia di impiegato e casalinga, nipote di una bracciante vedova dall’altro (la nonna pugliese si sarebbe mai aspettata di avere una nipote laureata, lei che era autodidatta?).
    Cosa voglio dire? Faccio il lavoro di traduttrice _anche_ per scelta. Non mi è mai piaciuta l’idea di lavorare a vita in uno stesso posto, con lo stesso capo o la stessa capa a impartire direttive e ordini, con i colleghi e le colleghe pronte a dire “cattiverie” e io a fare altrettanto, per una vita intera.
    So di poter offrire un servizio di qualità e di indispensabile utilità sociale (aiuto le persone a capirsi).
    Vendo un servizio, che posso fare perché ho investito anni ad apprendere le lingue che conosco e tutta la vita per padroneggiare, spero degnamente, la mia lingua madre, l’italiano.
    Leggo e scrivo e mi piace farlo.
    A chi diamo fastidio? Chi disturbiamo noi dipinte e vendute ora come “precarie” e “deboli”, ora come “imprenditrici”? Perché ci vogliono _tutelare_ a tutti costi? La previdenza che offre la Gestione separata INPS in che cosa ci _tutela_? Le professioniste senza albo chi sono?
    Io penso che chi come me offre i propri servizi al mercato (stavolta sì globale) è l’elemento mobile all’interno della società italiana. Mobile e innovatore. Che subisce ma anche agisce all’interno di un mondo paralizzato e senile come quello italiano e cerca di fronteggiare la rivoluzione in atto data dalla globalizzazione delle merci e dei servizi.
    Da quando sono piccola voglio essere padrona del mio tempo. Vedere un fim alle due del pomeriggio e lavorare alle tre di notte (tra di noi ci sono varie nottambule, lo so). Andare a dormire alle otto di sera e svegliarmi alle tre e mezza del mattino, lavorare il necessario e poi andare con mio figlio alla spiaggia. Non conosco ferie, domeniche e feste comandate. Non mi posso ammalare mai. Se sono in consegna arrivo a lavorare 15-20 ore di fila, senza passare dal VIA (il letto), ma sono io a deciderlo, la traduzione è mia, un mio prodotto, il frutto di un lavoro artigianale e che soddisfazione!
    Le varie mailing-list per traduttrici e traduttori sono piene di racconti sul nostro modo _altro_ di vivere.
    Mi dicono che non vado bene. Che noi non andiamo bene e dobbiamo essere regolamentate, disciplinate e inquadrate. Così ci tutelano, dicono. Così ci annientano, dico io.
    E poi – e questo è uno dei punti dolenti del nostro iniquo paese - che si è messa in testa la nipote di una bracciante analfabeta del sud?

    Buona notte e buona fortuna

    Elena

  2. Cara Elena,
    a dover essere regolamentata non è la nostra maniera di lavorare (e vivere) ma i nostri diritti, che attualmente sono praticamente nulli. E’ la nostra pensione, che attualmente è una chimera.
    La nostra “libertà” cara ci costa, e come in tanti altri campi le persone perbene pagano per i furbi. Io vivo come te, ma vedendo avvicinarsi la vecchiaia, mi sto chiedendo che cosa sarà di me quando quindici ore di fila non sarò capace di lavorare. Pur avendo sempre pagato tutte le tasse e contributi, che futuro mi aspetta?
    D’altronde:
    Hai scritto:
    “Non mi è mai piaciuta l’idea di lavorare a vita in uno stesso posto, con lo stesso capo o la stessa capa a impartire direttive e ordini, con i colleghi e le colleghe pronte a dire “cattiverie” e io a fare altrettanto, per una vita intera.”
    Non ci sono soltanto capi che impartiscono direttive. C’è anche una maniera intelligente di *guidare* un lavoro. Ogni collaborazione ha bisogno di una guida altrimenti non si fa nulla, tra discussioni sul come e sul chi. Tutti i lavori potrebbero essere guidate in un modo umano, esiste perfino il “work sharing” per i lavori sulla catena di montaggio! Insomma, il lavoro dipendente non è tassativamente una vita da schiavi.
    Le cooperative di traduttori potrebbero essere una via d’uscita, oltre naturalmente l’associazionalismo. Abbiamo molta strada da percorrere.
    Cordiali saluti
    Gyorgyi

  3. Innanzitutto voglio fare un applauso ad Elena per aver dipinto così bene la situazione di molte di noi traduttrici in Italia. Sottolineo in Italia perchè all’estero le cose vanno un pò meglio per fortuna, così almeno mi dicono colleghe/i che lavorano fuori dal nostro amato e sciagurato paese.
    La mia storia è molto simile a quella di Elena : figlia di due agenti di commercio, ho deciso e raggiunto con mille sacrifici l’agognata laurea in interprete e traduttore. Piena di speranza mi sono affacciata sul mondo del lavoro e lì è arrivata la prima porta in faccia : ero brava, molto brava, anzi troppo !! Nelle aziende in cui ho lavorato per circa 10 anni la situazione era quella descritta da Elena : capi/e che danno ordini e magari ti rendono la vita impossibile perchè tu ne sai più di loro, colleghi/e con falsi sorrisi e pronti a sgozzarti al primo errore.
    Inoltre, per quanto cercassi, gli impieghi tradizionalmente offerti ad una giovane donna (sopratutto in Emilia Romagna dove risiedo), anche se laureata, erano sempre di segretaria o giù di lì.
    Poi 6 anni fa è nata mia figlia e mi sono ritrovata improvvisamente senza lavoro, perchè dopo l’astensione obblgatoria il mio capo di allora, pur sapendo che essendo originaria della Toscana non avevo parenti che mi potessero aiutare con la bimba, mi ha intimato di tornare al lavoro 8 ore al giorno oppure di restare a casa.
    Decisione presa in un lampo, mi sono detta che avevo già vinto la sfida della laurea in lingua russa (quando ho cominciato nel 1989 tutti dicevano che ero pazza a studiare il russo, ma poi il tempo mi ha dato ragione !!!) potevo provare a vincerne un’altra lavorando da me e per me. E così ho fatto ! Adesso a 6 anni di distanza mi ritengo soddisfatta di quello che ho ottenuto. Come Elena ho orari strani o meglio non ho orari, ma posso vivere accanto a mia figlia e crescerla, organizzandomi come più mi piace.
    Rimane però sempre il rammarico di vedere che in Italia la nostra professione, così come altre professioni “atipiche”, vero motore dell’economia odierna, il futuro insomma, non è riconosciuta come dovrebbe. Sono contenta che esista finalmente Acta, una realtà nuova che ci rappresenta. Sono convinta che le “caste” italiane si renderanno ben presto conto che nel mondo globalizzato gli “atipici” stanno diventabndo loro, “dinosauri” arroccati nelle loro posizioni, incapaci proprio come i giganti ormai estinti di rendersi conto dei cambiamenti intorno a loro. Purtroppo, anche se in Italia più lentamente che altrove, sono destinati all’estinzione.
    Per il futuro vorrei che dal vocabolario del lavoro in Italia scomparisse la distinzione tra professioni “tipiche” e “atipiche”. Siamo tutti professionisti caspita !!! E abbiamo diritto ad uguali garanzie, uguale riconoscimento, uguali parità di condizioni. Ma dove sta scritto che io, che ho studiato 10 anni e mi faccio un mazzo tanto per offrire un servizio di alta qualità al cliente, sono meno professionista dell’avvocato o del commercialista o del notaio ? Solo perchè in Italia questa nostra professione, come altre dette “atipiche”, si è sviluppata recentemente non vuol dire che non dobbiamo essere trattati come professionisti al pari di avvocati, notai o commercialisti. E poi scusate, le “caste” mica sono nate insieme al mondo ed esistono da sempre ! Anche loro una volta erano “novità” nel mondo del lavoro.
    La speranza però più grande che ho per il futuro riguarda mia figlia : spero che quando sarà grande lei non sia costretta a dover accontentarsi di un posto di segretaria oppure fare lo stesso lavoro mio o di suo padre solo perchè l’Italia è lavorativamente immobile. Spero per lei che possa decidere e fare il lavoro che le piace e se poi farà l’estetista o la benzinaia, che importa ! L’importante è che sia lei a deciderlo e che nessuno possa dirle mai che il suo lavoro é “atipico” !!!
    Un saluto
    Cinzia

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