Le Partite IVA e il lavoro professionale. L’appello della CGIL

La Cgil, assieme a numerose associazioni professionali ha lanciato un appello al Governo e ai partiti politici, sul tema delle partite Iva e dei professionisti.

Testo integrale dell’appello.

Premessa:
Negli ultimi anni in quasi tutti i paesi dell’Unione Europea è aumentato considerevolmente il numero dei lavoratori autonomi e dei professionisti e, all’interno di questo ambito, sono cresciute a dismisura le prestazioni d’opera individuali con fenomeni preoccupanti di abuso.
Le partite Iva in Italia, secondo il Censis, sfiorano i 6 milioni di unità mentre i professionisti, che per oltre il 60% lavorano come dipendenti, sono suddivisi tra i 2.006.015 iscritti agli ordini e gli oltre 3 milioni che esercitano attività professionali non regolamentate. Sono giovani avvocati o praticanti, giovani architetti, informatici, consulenti, pubblicitari, ricercatori, designer, amministratori di condominio, ma anche consulenti aziendali, formatori, traduttori, guide turistiche, grafici, interpreti, bibliotecari, enologi, agenti e rappresentanti, tributaristi, archeologi, redattori editoriali, restauratori, fumettisti…
La crescita delle partite Iva individuali, che in Italia assume dimensioni più rilevanti degli altri paesi europei, risponde a diverse logiche: all’avvento della società della conoscenza, a nuove richieste del mercato, all’evoluzione tecnologica, alle esigenze di specializzazione, alle dimensioni ridotte delle nostre imprese che richiedono all’esterno competenze tecniche e professionali.

Fattori che determinano sia condizioni imposte per lavorare, sia opzioni individuali come forma di auto impiego in assenza di altre possibilità, sia scelte professionali ponderate e conseguenti al percorso formativo ma esercitate in condizioni difficili sia dal punto di vista delle regole di mercato, sia per i redditi bassi, sia per l’assenza di tutele sociali.

Nel contempo, soprattutto nell’ambito della Gestione Separata, si è sviluppata una crescita di queste forme di lavoro sempre più dovuta anche alla scelta delle imprese di sostituire così il lavoro dipendente, sfruttando i costi più bassi, la mancanza di tutele e l’assenza di vincoli che le normative vigenti rendono possibile.

La crisi e la mancata riforma degli ammortizzatori sociali evidenzia l’inadeguatezza delle tutele del lavoro intellettuale moderno che, paradossalmente, convive con le forme arcaiche con le quali si è disciplinato il mondo delle professionisti fino ad ora. Tutto ciò mette in luce la necessità sia di nuove norme legislative sia di dare regolazione contrattuale a tutte le figure di ogni settore.

Bisogna cogliere l’occasione per affrontare in modo organico sia le necessità di ammodernamento del sistema, sia le necessità di tutela dei professionisti dipendenti e non. Ecco alcune proposte:

1) Ammodernamento dell’impianto delle professioni, introducendo un sistema duale ordini/associazioni che riporti gli ordini all’azione di controllo e tutela dei cittadini e lasciando alle associazioni di settore il compito della rappresentanza misurata con criteri che ne garantiscano l’effettiva rilevanza prevedendo un sistema di certificazione pubblica delle competenze per le professioni in campo sanitario e ad alto interesse pubblico come nel settore dei Beni Culturali.
Una riforma, inoltre, che dia riconoscimento professionale e adeguate misure di concorrenza e di garanzia verso i cittadini sul piano della qualità delle competenze possedute e agite dai singoli professionisti.
Vanno adottate forme trasparenti di inserimento dei giovani nel mondo professionistico a partire dall’abilitazione conseguita durante il percorso di studi, ma anche regolamentando contrattualmente il rapporto di praticantato e tirocinio.

2) Qualsiasi processo di riforma deve porsi un duplice obbiettivo. Evitare che si acuisca l’uso improprio dell’autonomia, sostitutivo di lavoro dipendente, superando l’attuale dumping attraverso la parificazione dei costi, a partire dall’aggancio ai compensi minimi dei CCNL di riferimento per i lavoratori dipendenti con analoga professionalità, come già previsto dall’art. 1, comma 772, della legge n. 296/2006 (legge finanziaria 2007).
Nel contempo occorre considerare il fenomeno del lavoro autonomo, vero nelle modalità professionali ma, con tratti più o meno vistosi di “debolezza contrattuale” e con esigenze di tutela specifica. In Italia, così come già fatto nel resto d’Europa, non è più rimandabile l’approvazione di nuove regole, sull’esempio dello statuto del lavoro autonomo della Spagna, riconoscendo al lavoro autonomo e professionale, che abbia il 70% del suo fatturato con un unico committente o che abbia caratteristiche rientranti tra i contribuenti minimi (non avere mezzi organizzati, non avere dipendenti o collaboratori, ecc.), adeguati diritti di sicurezza sociale in relazione a malattia, infortunio, gravidanza, disoccupazione. Sono eventi che colpiscono le persone e devono essere fronteggiati socialmente a prescindere dal carattere autonomo o subordinato del rapporto di lavoro.

3) Sul fisco non è sufficiente quanto oggi previsto dalla legge per i contribuenti minimi n. 244/07, art. 1, commi da 96 a 117. Pertanto, individuata la platea di lavoro professionale ed intellettuale da tutelare che sia priva di caratteristiche d’impresa, va esclusa dal pagamento dell’IRAP come già indicato dalla UE e dalla Corte di Cassazione Italiana.

4) Sull’esempio già sperimentato in numerosi Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, si valuti la possibilità di prevedere con la contrattazione collettiva nazionale, anche attraverso una legislazione di sostegno, la discussione di temi come l’adeguamento contrattuale rispetto al lavoro professionale subordinato sia sul versante retributivo che di quello dei riconoscimenti professionali e della formazione e che, fermo restando la lotta ad un utilizzo delle forme di lavoro professionale non genuine anche con percorsi utili a definire eventuali modalità di transito fra autonomia e dipendenza, per chi adotta modalità di vero lavoro autonomo indichino:
- obbligo e contenuti del contratto scritto per tutti;
- compensi specifici adeguati alle singole professioni il cui costo complessivo non sia inferiore a quello dei lavoratori dipendenti di pari professionalità;
- la definizione di tempi certi di pagamento e di penali in caso di abuso;
- specifiche modalità di gestione del lavoro e di utilizzo dei tempi e degli strumenti aziendali;
- formazione continua e certificazione delle competenze acquisite sul lavoro;
- riconoscimenti professionali legati al raggiungimento di precisi obbiettivi.

5) L’assenza di redditi equi su questa fascia di lavoratori, assieme all’assenza di politiche di sostegno, non consente prospettive previdenziali dignitose scaricando sui singoli il peso dei costi previdenziali e la debolezza o l’assenza delle protezioni sociali. In questo ambito occorrerà anche aprire una seria riflessione sulla riforma delle casse previdenziali dei professionisti e, in generale, sulla riforma della previdenza del lavoro autonomo e professionale per non lasciare i giovani con un futuro previdenziale non dignitoso. Inoltre non è più rinviabile una rivisitazione dei coefficienti previdenziali, così come indicato nel protocollo sul welfare del 2007, e una completa totalizzazione dei contributi versati nelle diverse gestioni anche eliminando il requisito minimo dei tre anni di contribuzione.
In ragione della crisi economica e di tutti gli aspetti di criticità presenti nel sistema professionale pensiamo si possano prendere in considerazione, per le fasce più deboli iscritte alla gestione separata INPS, una dilazione dei pagamenti dei contributi dovuti confermando, tuttavia, l’accredito del montante contributivo dovuto tempo per tempo. Inoltre riteniamo che prima di considerare altri aumenti dei contributi previdenziali nella gestione separata INPS, ulteriori a quelli definiti dal protocollo del 2007, vadano affrontati i problemi di riforma generale delle professioni e gli aspetti di debolezza e asimmetria fra le varie casse previdenziali.
Al fine di impedire l’improprio travaso dalle collaborazioni alle partite iva e, nel contempo, di alleggerire un costo che grava per l’intero sui lavoratori con P. Iva iscritti alla gestione separata, proponiamo per gli stessi l’obbligatorietà della rivalsa previdenziale e l’innalzamento graduale della stessa ad un livello di contribuzione in linea con la ripartizione del costo contributivo che grava sui lavoratori parasubordinati, anch’essi iscritti alla gestione separata Inps, privi di altra copertura previdenziale e non pensionati.

6) L’emergenza dell’attuale crisi economica impone una riflessione su forme straordinarie di sostegno al reddito anche per i circa 300 mila professionisti e gli oltre 400 mila parasubordinati che stanno perdendo anche parzialmente il lavoro. E’ però indispensabile cogliere l’occasione per progettare un sistema universale e moderno di protezione sociale e di valorizzazione di tutto il lavoro pensando a strumenti di tutela, a cui contribuiscano anche i professionisti, finalizzati al perseguimento di politiche attive per il lavoro, il sostegno al reddito e all’occupazione, la formazione continua. E’ possibile uno sforzo comune di imprese, sistema delle professioni, sindacato e governo per fronteggiare gli effetti della crisi anche per questi lavoratori e progettare un nuovo sistema di regole nel lavoro e di protezione sociale più inclusivo e più moderno.

Dip. Politiche Economiche CGIL; COLAP (Coordinamento Libere Associazioni Professionali - 214 associazioni aderenti); Associazione Nazionale Giovani Architetti; Associazione 6°Piano (Avvocati Praticanti), ANA (Associazione Nazionale Archeologi); Agenquadri; Federconsumatori; IACS (Italian Association of Conservation Scientists); CIA (Confederazione Italiana Archeologi); Re.re.pre (Rete Redattori Precari); Gruppo Best Before; Ass. Koinè (Laureati e laureandi Un. Sapienza); H2, soluzioni per il mondo che verrà (Associazione Giovani Professionisti); GD Federazione di Roma; SILF (Sindacato Italiano Lavoratori del Fumetto); SAI (Sindacato Attori Italiano); SIAM (Sindacato Italiano Artisti della Musica); SNS (Sindacato Nazionale Scrittori); Federazione Nazionale Giovani Democratici; ANGPI (Associazione Nazionale dei Giornalisti Pubblicisti Italiani); Gruppo Pubblicisti Unitari di Stampa Romana; GUS Nazionale; Anonima Fumetti (Associazione italiana di professionisti del fumetto); Studenti Democratici di Roma (Sapienza, Roma3, Tor Vergata, Luiss); AIB (Associazione Italiana Biblioteche) ANITI (Associazione Nazionale Italiana Traduttori e Interpreti); AIAS (Associazione italiana fra gli addetti alla sicurezza); ANIASPER (Associazione nazionale fra ingegneri, archeologi e architetti specialisti per il restauro dei monumenti); AITI (Associazione italiana traduttori e interpreti).



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3 commenti su “Le Partite IVA e il lavoro professionale. L’appello della CGIL”

  1. Finalmente qualche rappresentante politico che ci vede più chiaro riguardo ai professionisti “senza cassa previdenziale e senza albo” ! Complimenti ! Sottoscrivo tutto, Ma aggiungerei, tra i diritti inalienabili di un professionista effettivamente più debole rispetto a quelli provvisti di Albo, il *diritto alla tutela del credito*, ossia misure giudiziarie certe e tempestive nel recupero dei crediti, che in un momento di crisi di liquidità come questo sono quantomai indispensabili.
    Grazie.

  2. Le partite IVA sono 6 milioni, d’accordo. 2 milioni sono professionisti iscritte all’ordine, d’accordo. M non mi risultano che ci siano 3 milioni i professionisti senza ordine.
    Confrontando con i dati dell’INPS, 2 milioni sono commercianti (tutti con partita IVA, alcuni professsionisti sono iscritti a questa cassa commercianti), 1,8 milioni sono artigiani (forse non tutti con partita IVA), 0,5 milioni sono coltivatori (forse non tutti con partita IVA) e solo 0,2 milione sono professionisti senza ordine (tutti con partita IVA). Il manifesto dell’CGIL parla anche di avvocati, architetti dipendenti. Ma per me sono dipendenti, non è detto che devono esercitare professione come lavoratori autonomi.
    Lavoro con una partita IVA. Secondo me, la mentalità delle partite IVA è diversa da quella di lavoratori parasubordinati. Se per avere trattamenti simili a quelli verso i dipendenti dovessimo pagare più contributo all’INPS, diremmo No. Non sono sicura se da parte di lavoratori parasubordinati (circa 1,8 milioni), ci siano tanti No. Bisogna stare attenti che i sindacati che non ci rappresentano facciano cose contro i nostri interessi, soprattuto visto che noi, i professionisti con partita IVA senza cassa previdenziale di categoria, siamo pochi.

  3. Mayumi, grazie del commento.
    I “numeri” dovrebbero darci certezze e invece quasi mai è così, dipende sempre dal punto di vista che si assume per “leggerli”.
    Allora sulla base dei dati forniti dal CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), del COLAP (Coordinamento delle Libere Associazioni Professionali) e del CENSIS (Centro Studi Investimenti Sociali) i professionisti non regolamentati da albo od ordine sono circa 3,5/3,7 milioni.
    Di questi oltre l’83% svolge un lavoro dipendente.
    I professionisti non regolamentati che svolgono il loro lavoro come _liberi professionisti_ sono il 10,90% che su 3.600.000 soggetti, corrisponde a poco meno di 400.000 persone.
    Non so dirti se questo dato corrisponda alla realtà. Come sai l’INPS non fornisce dati sul numero di iscritti alla Gestione separata, né, cosa per noi importante, su quanti siano le “vere” partite IVA iscritte alla Gestione.

    La confusione voluta che ci accomuna ai parasubordinati è la questione su cui non solo i traduttori e le interpreti dovrebbero imporre chiarezza.

    La CGIL ha imparato a distinguere tra liberi professionisti non regolamentati, parasubordinati e professionisti dipendenti, ma non basta.

    La prima risposta che ci viene data è che siamo pochi e quindi non possiamo avere una nostra cassa previdenziale, dobbiamo restare nella Gestione separata e subire l’ingiustizia della disparità di trattamento previdenziale rispetto a _qualunque_ altro lavoratore o libero professionista data dal 26,72% di contributi che paghiamo sul reddito imponibile.

    Siamo davvero pochi? E per quanto tempo ancora saremo “pochi”? Cosa ci stanno raccontando?

    Il punto è, secondo me, che il sistema previdenziale italiano così com’è è insostenibile. Il punto è che attualmente i giovani (e fino a 40 anni in Italia si è giovanissimi) precari, professionisti, dipendenti, occupati, parasubordinati _pagano_ i privilegi delle generazioni passate e non avranno nulla quando sarà il loro turno.

    Il punto è anche che il lavoro, di qualunque tipo, dipendente e non, è ormai all’osso, paga oltre il limite consentito per sopravvivere.
    I soldi sono altrove e altrove si dovrebbero imporre tasse salatissime: le transazioni finanziarie.

    Un caro saluto

    Elena

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